Dalla Vita alla Morte, dalla Morte alla Vita

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Autore
Tesina di Fabio Novelli
a.a. 2002/2003
Liceo Scientifico Rosetti
San Benedetto del Tronto


La politica culturale di Stalin

Nel 1917 la Russia vive il passaggio dall’impero zarista alla grande stagione rivoluzionaria bolscevica, fino a conoscere, con l’avvento di Stalin, l’arroccamento nella dittatura e nella repressione. La rivoluzione determinò l’espatrio volontario di un numero consistente di intellettuali, ma un gruppo significativo rimase in patria con l’intento di recare il proprio contributo per un profondo rinnovamento della vita e della cultura in Russia. Il primo quindicennio del ventesimo secolo aveva visto l’intensa attività delle avanguardie, tra cui il già citato cubofuturismo, e l’emergere di alcune personalità di spicco, fra cui Majakovskij e Chlebnikov per la poesia, Malevich per la pittura astrattista (suprematismo) ed Ejzenstein per la cinematografia, inoltre sorsero molte riviste in cui si dibattevano liberamente i vari problemi artistici e culturali, tra cui la “LEF” dello stesso Majakovskij. Ma tale situazione, giudicata dal potere eccessivamente libera, fu sottoposta nel giro di pochi anni ad un controllo sempre più severo. Uno dei momenti più significativi dell’operazione ad ampio raggio tendente ad imporre tale controllo fu il 1° Congresso degli scrittori sovietici (1934) in cui Andrej A. Zdanov, fedele esecutore della politica di Stalin nel campo della cultura, lanciò la nuova teoria del “realismo socialista”. Zdanov definì l'essenza del realismo socialista ed i compiti dei letterati sovietici:"essere al servizio del popolo, del partito di Lenin e Stalin, della causa del socialismo".
Più nel dettaglio il realismo socialista implicava per lo scrittore l'adozione di alcuni principi:
1) una raffigurazione fedele della realtà
2) l'individuazione del movimento di progresso del socialismo e del comunismo
3) l'assuzione del punto di vista del proletariato in cui trovi rilievo l'eroe "positivo", che si batte contro tutti gli ostacoli che si oppongono al socialismo
4) il riconoscimento della suprema autorità del partito e l'esecuzione fedele delle sue direttive.

Questa teoria permise al regime di esercitare un controllo sempre più stretto sugli intellettuali, a qualunque disciplina appartenessero. La rigida canonizzazione dell'arte aprì un vuoto nella letteratura russa: le vivacissime discussioni ed il fervore che avevano animato gli artisti e gli intellettuali prima e dopo la rivoluzione si spensero, e numerose tendenze dell'arte d'avanguardia furono condannate. Inoltre chi non si piegava alle direttive del potere veniva accusato di “formalismo” e di mancanza di spirito di partito, mentre non pochi scrittori sgraditi scomparvero nei campti di concentramento, e quelli che si salvarono non poterono più pubblicare in patria. I critici teatrali vennero messi a tacere; scrittori, economisti, pittori, storici vennero attaccati ed ammoniti. I contatti culturali con l'occidente vennero ridotti ai minimi termini e le poche idee moderne che riuscivano a filtrare venivano definite “insensatezze reazionarie e borghesi”.