La politica culturale di Stalin
Nel 1917 la Russia vive il passaggio dall’impero zarista alla grande stagione rivoluzionaria bolscevica, fino a conoscere, con l’avvento di Stalin, l’arroccamento nella dittatura e nella repressione. La rivoluzione determinò l’espatrio volontario di un numero consistente di intellettuali, ma un gruppo significativo rimase in patria con l’intento di recare il proprio contributo per un profondo rinnovamento della vita e della cultura in Russia. Il primo quindicennio del ventesimo secolo aveva visto l’intensa attività delle avanguardie, tra cui il già citato cubofuturismo, e l’emergere di alcune personalità di spicco, fra cui Majakovskij e Chlebnikov per la poesia, Malevich per la pittura astrattista (suprematismo) ed Ejzenstein per la cinematografia, inoltre sorsero molte riviste in cui si dibattevano liberamente i vari problemi artistici e culturali, tra cui la “LEF” dello stesso Majakovskij. Ma tale situazione, giudicata dal potere eccessivamente libera, fu sottoposta nel giro di pochi anni ad un controllo sempre più severo. Uno dei momenti più significativi dell’operazione ad ampio raggio tendente ad imporre tale controllo fu il 1° Congresso degli scrittori sovietici (1934) in cui Andrej A. Zdanov, fedele esecutore della politica di Stalin nel campo della cultura, lanciò la nuova teoria del “realismo socialista”. Zdanov definì l'essenza del realismo socialista ed i compiti dei letterati sovietici:"essere al servizio del popolo, del partito di Lenin e Stalin, della causa del socialismo".